Il percorso ci conduce dal centro della cittadina di Manzano alla zona collinare dell’Abbazia di Rosazzo, per proseguire fino alla frazione di Oleis e concludersi in località Case di Manzano. L’itinerario è ricco di luoghi di interesse storico-naturalistici. Dopo un tratto pianeggiante, sale verso la zona collinare attraverso una strada asfaltata, adatta anche a percorsi ciclo-pedonali, per raggiungere una altitudine massima di 239 slm.

La vista che si gode dal belvedere dell’Abbazia sul paesaggio circostante è incomparabile. Nelle giornate terse lo sguardo spazia dalla Slovenia (ad est) con i monti che furono protagonisti della prima guerra mondiale fino al golfo di Trieste, e piu’ lontano ancora fino al mare Adriatico. Le colline circostanti sono coltivate a vigneti ed uliveti, intercalati da boschi di castagni e querce. Antiche case padronali e innovative cantine vitivinicole convivono in armonia.

Le colline di Rosazzo, con le Alpi Giulie alle spalle, che riparano la vite dalle fredde correnti del nord e la pianura circostante che garantisce una benefica e costante ventilazione, costituiscono l’habitat ideale per la produzione di grandi vini. Assieme alla vite crescono e fruttificano gli ulivi, testimoni silenziosi di antichissime tradizioni contadine.

Dal Municipio di Manzano, si percorre Via Natisone fino al ponte che attraversa l’omonimo fiume e continuando su Via Abbazia ed oltre si raggiungono le colline su cui sorge l’Abbazia di Rosazzo.


1. Abbazia di Rosazzo

La storia

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Le origini dell'abbazia sono piuttosto controverse e non sempre convalidate da prove ma la tradizione vuole che, nell'anno Ottocento l'eremita Alemanno si insediasse in questi luoghi solitari per trovare la pace dell'anima e vi costruisse un modesto oratorio e una cella. Questa atmosfera di serena spiritualità attirò un numero sempre maggiore di fedeli, le celle si moltiplicarono, tanto che l'oratorio diventò un monastero alla cui guida vennero chiamati i canonici regolari di Sant'Agostino.
Nel 1070 fu inaugurata la chiesa dedicata a San Pietro. Nel 1090, il monastero venne elevato al rango di abbazia e nell'anno successivo i Benedettini presero il posto degli Agostiniani.
Nel XIII secolo l’Abbazia raggiunse il suo massimo splendore; godeva di consistenti entrate e di notevole importanza nella vita politica friulana, aveva privilegi vescovili, e vari possedimenti all'intorno.
Più tardi, durante le lotte fra Aquileia e Cividale, tra Venezia e gli imperiali, il monastero venne trasformato in rocca difensiva. I monaci Benedettini dopo oltre trecento anni, lasciarono l’abbazia la quale venne governata dal 1423 fino al 1751 (anno della soppressione del patriarcato di Aquilea) da abati commendatari, i cui stemmi sono visibili tutt'oggi nelle lunette del chiostro.
Nel 1509 dopo varie vicende di guerre e razzie, un incendio completò l’opera di rovina. Solo vent'anni più tardi ebbe inizio la rinascita del complesso abbaziale per merito dell’abate commendatario Giovanni Matteo Giberti, il quale si avvalse dell'ausilio di Venceslao Boiani, architetto cividalese.
Nel 1823 l'abbazia venne trasformata in residenza estiva per i vescovi della diocesi. Il vescovo di Udine venne insignito del titolo nobiliare di Marchese di Rosazzo, titolo che venne poi riconosciuto nel 1927 anche dal Regno d'Italia.
Dopo il terremoto del 1976, in occasione del quale l’Abbazia subì ulteriori danni, il complesso venne inserito tra le opere da ripristinare, grazie all'interessamento di mons. Alfredo Battisti. I lavori di restauro sono proseguiti per molti anni fino a consegnarci i luoghi nello splendido stato che oggi possiamo ammirare.

La chiesa

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La chiesa abbaziale è in stile romanico ed è dedicata a San Pietro Apostolo; essa porta i segni delle ristrutturazioni avvenute nel tempo e si possono trovare elementi architettonici risalenti a epoche diverse (di tipo altomedioevali, cinquecenteschi e ottocenteschi).
Semplice nella struttura (pianta rettangolare e tre navate), la facciata presenta un rosone sopra il portone d’ingresso e una bifora di probabile origine benedettina, come le altre due bifore visibili dal chiostro. Il soffitto della navata principale ha travi a vista e ai lati del presbiterio ci sono due cappelle.
Le finestre che si trovano lungo le navate laterali sono ad arco acuto e appartengono alla chiesa originaria. All'interno, recentemente restaurati, gli affreschi di Francesco Torbido, detto il "Moro” risalenti tutti al 1535. Di fattura più recente sono invece gli altari, seconda metà del Settecento, (opere degli scultori udinesi Giovanni e Giuseppe Mattiussi) e le statue che adornano la chiesa.

Dell’antico convento annesso alla chiesa, oggi rimane solo l’ala orientale (restaurata l’ultima volta nel 1985) con quelle che una volta furono le celle al piano superiore. Al pian terreno la “sala del Capitolo” a accanto a questa la “sala della Crocifissione”, così chiamata per la presenza di un affresco nella lunetta attribuito al pittore veronese Francesco Torbido. L’affresco è stato restaurato nel 1981, e così pure la sala che fu, prima, camera del vescovo e successivamente refettorio.

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Il chiostro è cinquecentesco, presenta sei colonne lisce, su un basamento a tronco di cono che sorreggono le arcate del portico esterno. Sulle pareti del portico, nelle lunette, sono stati affrescati gli stemmi degli abati commendatori che si sono susseguiti nel corso dei secoli. I piu’ antichi risalgono al 1768.
Sempre dal chiostro si accede alla sala degli affreschi detta anche della “Vite e dell’Uva”, La sala presenta travi a vista e pareti affrescate. Il balcone che la completa permette di ammirare il paesaggio circostante.
Dal chiostro si puo’ accedere alla chiesa attraverso una piccola porta. Sempre dal chiostro si passa alla sala capitolare dove sono visibili vari stemmi delle casate che hanno avuto rapporti con l’Abbazia; dalla sala si giunge al Belvedere, da cui si gode il panorama delle colline circostanti. Attraverso una scala si accede ad un altro giardino pensile, locato piu’ in basso rispetto al precedente, ma di eguale bellezza. La parte esterna dell’Abbazia è adorna di statue allegoriche.

Il roseto

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Lungo le mura perimetrali si può ammirare il “Roseto dell’Abbazia”. Composto prevalentemente da rose antiche, che qui trovano un habitat molto favorevole, il roseto comprende diversi tipi di “gallica”, “bourbon” “damascena”, rose botaniche e rampicanti. Una nota particolare merita l’autoctona “rosa di Rosazzo” perduta a causa della gelata del 1929 e recentemente ritrovata grazie ad emigranti della zona. Il Roseto è particolarmente suggestivo in occasione della manifestazione “Rosazzo da Rosa” che si tiene ogni anno nel mese di maggio. Il monastero opera come centro di cultura, punto d’incontro umanistico e sociale, luogo in cui si organizzano convegni, seminari, mostre, dibattiti.

Dall'Abbazia al Casale Michelloni

Proseguendo nel percorso si raggiunge un modesto rilievo di quota 239 slm conosciuto come Monte Santa Caterina, che fa parte dell’esteso e complesso gruppo di colline eoceniche comprese tra la valle del torrente Corno e la valle del fiume Natisone. La roccia sedimentaria che costituisce questi rilievi è un’alternanza di marne ed arenarie, che dà origine a terreni molto fertili. L’ambito collinare nel suo complesso ospita interessanti boschi misti di latifoglie mesofile come il rovere e il castagno, risparmiati dall’espansione dei vigneti che caratterizzano il paesaggio di tutta la zona circostante. Cospicua è la presenza della robinia (Robinia pseudacacia), leguminosa di origine nordamericana, introdotta in Friuli nella seconda metà del secolo scorso e ottimamente accolta dagli agricoltori per la versatilità d'uso del legname e per le copiose fioriture gradite dalle api e particolarmente ben naturalizzata soprattutto su suoli fertili, tanto da soppiantare le specie arboree autoctone nella composizione delle formazioni forestali, in quanto dotata di elevata velocità di accrescimento e notevolissima capacità pollonifera. Sono presenti, anche se in misura minore, castagni e querce.
Tutto intorno si stendono a vista d’occhio i vigneti del Collio orientale famosi per le loro produzioni DOC.


2. Casale Michelloni

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Il casale fortificato è costituito da un gruppo di edifici che delimitano una corte interna cui si accede attraverso un cancello.
Il complesso cinquecentesco nel corso del Medioevo era adibito ad ospizio per i poveri e i lebbrosi. L'edificio principale, integro nella sua simmetria, si sviluppa con pianta rettangolare su tre piani. La facciata interna, con tre ordini di aperture simmetriche, è caratterizzata da un portico arcuato a doppia altezza con un pilastro centrale. Al piano terra lateralmente si notano i due portali ad arco ribassato delle cantine, sul fianco nord spiccano delle feritoie.
Il lato nord della corte è occupato da una costruzione rustica, in origine destinata anche al ricovero degli animali, che si sviluppa lungo una pianta rettangolare con un muro a scarpa a ridosso della sottostante strada. La facciata interna, con muratura in pietra a vista, presenta un passaggio arcuato, mentre, di recente fattura, sono le rimanenti aperture riquadrate ed il ballatoio ligneo. Il lato ovest è costituito da una costruzione bassa e poco profonda, terminante con un edificio a forma di torre con scala esterna in pietra e fenditure disposte sull'asse centrale della facciata.

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Fuori dal muro di cinta, annessa al complesso, si trova la chiesetta di Sant’Egidio. Secondo un’antica tradizione, solo popolare, questo è il nome della chiesetta fatta edificare dal canonico Micheloni nel 1740 con il titolo di Santa Croce. Il casale trae proprio il nome dalla famiglia Michelloni tuttora residente. Il complesso è stato ristrutturato dopo il terremoto del 1976 ed anche in anni recenti. Attualmente è sede dell’ agriturismo “Ronchi di Sant’Egidio”.

 

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Dalla sommità delle colline il percorso scende verso l’abitato di Oleis (frazione di Manzano). 
Nel testo di una donazione, che il Patriarca di Aquileia Ulrico I fece all’Abbazia di Rosazzo nel 1082, si fa riferimento ad un villaggio chiamato Oleis. Il toponimo è considerato di antica origine e collegato alla posizione geografica del villaggio sorto sulla via commerciale che collegava Cividale ad Aquileia. Alcuni collegano il toponimo alla coltivazione dell’ulivo, che veniva praticata in misura modesta sulle colline di Rosazzo.

Di recente tra il 1981 e il 1986 è stato realizzato un restauro agrario dei poderi che attorniano l’Abbazia e sono state collocate 177 piante ottenute dalla riproduzione degli olivi storici della zona e 123 olivi di origine toscana con lo scopo di riprendere una produzione preziosa e simbolica per il territorio.
Nel mese di maggio l’Associazione locale A.R.C. Oleis propone una manifestazione denominata “Olio e dintorni” incentrata proprio sulla promozione dell’olio di oliva. La manifestazione viene ospitata nella Villa Maseri.


3. Villa Maseri

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La villa seicentesca è stata costruita dalla famiglia Maseri, di origini udinesi alla quale nel 1500 venne concesso il titolo nobiliare dal re Ladislao d'Ungheria per i meriti del medico Leonardo. La villa è riconducibile alle tipiche case “dominicali” centro della conduzione della proprietà agricola delle famiglie nobili. Le “ville” venivano gestite per conto dei signori da parte di un “gastald” o fattore. Della proprietà facevano parte anche le case coloniche date in affitto ai contadini insieme al fondo.
La villa ha un bel portone di entrata in pietra ad arco con sovrastante stemma. Sulla destra entrando si trova la foresteria con finestre in pietra e grate in ferro; sul retro si possono vedere due finestre di forma ogivale in mattoni a vista. L’edificio principale ha due porte con arco superiore e finestre con cornice in pietra ed è sovrastato da una torretta belvedere. Il giardino è recintato da una muraglia con due portoni laterali.

Oggi l'edificio appartiene al Prof. Attilio Maseri, cardiologo di fama internazionale; grazie alla sua disponibilità, il parco-giardino viene aperto al pubblico in occasione di diverse manifestazioni culturali.

Dall'abitato di Oleis, percorrendo una breve pista ciclabile si raggiunge la località “Case di Manzano” . Il borgo di case apparteneva anticamente alla gastaldia di Cividale, le prime notizie sulla sua esistenza risalgono al XIV secolo, al 1485 risale la costruzione della chiesa di San Tommaso attorno alla quale si disponeva il borgo di “Case di Sopra”. L’antica centa muraria del piccolo borgo di “Case di Sotto” è ancora visibile in Via Cividale e Via della Rosta.


4. Casa Forte Nussi-Deciani

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Nelle vicinanze in Via dei Ronchi al nr. 12 troviamo “Casa Forte Nussi- Deciani “.
Il complesso viene descritto in un documento del 16° secolo conservato nell’Archivio Arcivescovile come “Domus in centa Villae de lis Chiasis”. Essa appare nel catasto Napoleonico e Austriaco ed è citata dal Miotti nel 3° volume della sua opera sui Castelli del Friuli.

Il trasferimento della proprietà da parte dell’ Abbazia ad un certo Agostino Nussi di Cividale, avvenne nel periodo napoleonico. Verso la metà dell’800, per il matrimonio di Lucia Nussi con il conte Ermacora Deciani il bene è passato a quest’ultima famiglia.

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Dal caseggiato principale, a base quadrata con quattrocentesche decorazioni in cotto, si diparte il muro di cinta.
Il corpo padronale, anche se rimasto incompiuto negli intenti originali, rivela sulla facciata elementi architettonici di pregio. Il cornicione di gronda con modiglioni è della fine del 1500, o primi del ‘600. La porta del primo piano, ora chiusa e decorata con i resti di un affresco, con stipiti in pietra e arco tutto sesto, ingentiliscono l’aspetto austero e asimmetrico del prospetto. All’interno il salone con travi a vista, caminetto centrale e pavimento in mattoni confermano abitudini di vita agiata per l’epoca. Il fabbricato adiacente più basso con annesso vano focolare venne edificato forse nella seconda metà del ‘800.

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Il corpo sul lato Est, un tempo era destinato ad usi agricoli. Ora tutto il complesso è stato sapientemente restaurato dalla attuale proprietà Zamo’- Fazion, conservando la muratura a vista, elemento che lo lega all’architettura rurale, cui era approdato dopo molte vicissitudini.

Casa Forte-Nussi-Deciani” apre al pubblico in occasione di svariate manifestazioni culturali.


5. Villa Romano

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Accanto alla chiesa sorge “Palazzo Romano”.

Villa Romano pare sia stata costruita verso la fine del XVI secolo, per acquisire le caratteristiche attuali verso il 1635, quando Marcantonio Romano di Spilimbergo sposa Marzia di Manzano ed entra in possesso delle vaste proprietà che attorniano la villa, che diventa residenza stabile per la famiglia.
L’ antica famiglia dei Romano si trasferisce all'inizio del Cinquecento, dal pesino di Arba a Spilimbergo, dove si inserisce con successo nella società notabile locale grazie all’attività notarile ed agli incarichi di rilievo nelle istituzioni cittadine. Mentre la linea di Spilimbergo, che non riceve riconoscimento nobiliare, si estingue nel Settecento, nel secolo XVII il dottore in legge Marcantonio Romano (1597-1655) sceglie di stabilire a Udine la propria residenza e ottiene l’aggregazione al nobile Consiglio della città (1629). Il matrimonio con Marzia di Manzano consolida la posizione socio-economica dei Romano che si arricchisce con l’acquisizione delle nuove proprietà fondiarie di proprietà della sposa.

Attualmente del palazzo, andato parzialmente distrutto da un incendio, si conservano le barchesse e una torretta posta ad ovest.
La porta d’ingresso ad arco è sovrastata dallo stemma nobiliare. L’intera proprietà è cintata da un muro di sasso a vista merlato , mentre nel parco sono presenti numerose piante ornamentali, (cedri, tassi, carpini ed altre essenze autoctone) e alcune statue di pietra di Vicenza risalenti all'epoca del palazzo. La proprietà è sottoposta alla tutela del Ministero dei Beni Culturali.
La villa offre sale di diverse dimensioni per matrimoni, eventi e convegni.

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All'esterno delle mura merlate si trova “Casa Romano-Sapia”. La costruzione, che appartiene ora alla contessa Tosca Romano rappresenta, forse, il centro originario della zona di Case di Sopra. Si tratta di un tipico esempio di edificio rurale friulano, che conserva anche dopo una recente ristrutturazione le caratteristiche originarie. L’affascinante “fogolar” evoca antiche atmosfere così come i massicci travi in legno dei solai e le spesse mura. Un delizioso giardino curato dai proprietari fa da contorno all’insieme degli edifici tra cui un antico fienile, ora adibito a mostra permanente di pittura dell’ing. Francesco Sapia.

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