Caterina Percoto

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Nata a San Lorenzo di Soleschiano (frazione di Manzano) nel 1812 da una nobile famiglia di avvocati, artisti e uomini di lettere, fu l'unica bambina di sette figli. Alla morte del padre, nel 1821, la sua famiglia si spostò ad Udine, e lei fu mandata nell'Educandato di Santa Chiara , a scuola dalle suore.
Da questo periodo, nacque nella scrittrice la forte avversione per l'educazione monacale impartita alle ragazze, tema che Caterina Percoto difese per tutta la vita.
Nel 1828 incontrò il primo amore, un giovane di origine ebrea. Proprio per questo, la relazione fu duramente osteggiata sia dalla famiglia che dalle suore.
Nel 1829, lasciò il convento per ragioni di carattere economico. Dopo il suo ritorno a casa, cominciò a dedicarsi all'azienda di famiglia e all'educazione dei fratelli minori coadiuvata da Don Pietro Comelli, già "fattore" dei conti Percoto e pievano del luogo. Comelli le diventerà presto guida spirituale e amico sincero.

La carriera letteraria di Caterina Percoto ha inizio nel 1839, grazie a Don Comelli che inviò segretamente alla Favilla di Trieste il primo scritto di Caterina: un commento alla traduzione di Andrea Maffei di alcuni brani della Messiade di Klopstock. Iniziò così il rapporto di Caterina con l'editore Francesco Dall'Ongaro, che ben presto diventò suo mentore.

Immersa nei paesaggi friulani, sovrintendendo al lavoro nei campi e alla coltura dei bachi da seta, ritrasse nelle sue opere lo stagnante mondo di povertà del Friuli, sotto il dominio austriaco. Nel 1841 apparirono sulla Favilla i primi racconti della Percoto. Dall'Ongaro la fa conoscere nel mondo letterario italiano.

Nel 1847, dopo un viaggio a Vienna, iniziò il lungo contatto epistolare con Carlo Tenca. Ma con la Prima guerra di indipendenza, nel 1848, i suoi scritti divennero politicamente più impegnati, essendo rimasta sconvolta e testimone oculare dei cosiddetti "Fatti di Jalmicco": l'esercito austriaco intervenne per mettere fine a una insurrezione di Udine e di alcuni paesi friulani che si ribellarono alla dominazione austriaca. L'esercito austriaco intervenne pesantemente dando fuoco a interi paesi, fra cui Jalmicco frazione di Palmanova, Visco e Bagnaria Arsa, che appunto aggiunse al nome l'aggettivo "Arsa" per ricordare queste vicende.

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Racconti come La donna di Osoppo e La coltrice nuziale, riscossero un grande successo negli ambienti patriottici. Nell'ottobre 1852 morì il fratello Costantino, lasciandole il gravoso compito dell'educazione dei suoi giovanissimi figli.

Negli anni cinquanta, inoltre, iniziò a scrivere in lingua friulana, e dopo due anni di trattative con l'editore Le Monnier, il quale temeva che i titoli in friulano avrebbero infastidito gli Austriaci, nel 1863 uscirono due volumi di racconti.

Gli ultimi anni di vita della scrittrice furono piuttosto sofferti, a causa delle sue precarie condizioni di salute, ma allo stesso tempo densi di avvenimenti ed incontri di particolare rilievo. Nel 1867, ad esempio, incontrò a Udine, Giuseppe Garibaldi in persona. Quindi si recò a Firenze, dove frequentò il salotto di Francesco Dall'Ongaro venendo a contatto con i letterati e i politici emergenti di quel periodo. L'anno successivo rifiutò la nomina a direttrice dell'Educandato di Santa Chiara (oggi Educandato Uccellis) e nel 1871 il ministro Cesare Correnti la nominò ispettrice degli educandati veneti.
Nel 1878 e nel 1883 vengono pubblicate due raccolte di suoi racconti. 

Caterina Percoto morì il 15 agosto 1887 a Soleschiano ed è sepolta a Udine accanto al poeta Pietro Zorutti.


GIULIETTA E ROMEO A MANZANO

Ormai ci sono tutti i riferimenti storici ad identificare nella storia dei cugini Luigi da Porto e Lucina Savorgnan, meglio noti come Romeo e Giulietta, gli ispiratori del leggendario Sakespeare che raccolse nella più celebre tragedia la storia degli amanti divisi contro il loro volere.

La storia di Lucina e Luigi inizia nel 1511, un anno terribile per il Friuli, che oltre ai disastri della guerra di Cambrai che vide contrapposti veneziani e imperiali, subì il massacro della “Crudel Joibe Grasse” la rivolta dei contadini contro i nobili, un violento terremoto forse il peggiore dell’intera storia friulana e la peste.
Eppure è proprio in questa situazione estrema che nacque il seme di un amore contrastato che diverrà l’amore più celebre a livello mondiale, quello di Giulietta e Romeo.

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I fatti sono ormai noti: alla vigilia del massacro del giovedì grasso, Maria Griffoni Savorgnan tiene un ballo di carnevale dove si esibisce al canto, alla danza e, forse, anche al clavicembalo, la figlia Lucina. Tra gli intervenuti c’è un capitano di cavalleria della fazione avversa, Luigi da Porto, inviato, forse, per spiare. Tra Luigi e Lucina, che sono cugini, c’è già del tenero, forse si sono addirittura sposati nella chiesa di San Francesco: il palazzo che la ospita confina infatti con l’orto e il cimitero dei Frati Minori proprio come nella tragedia scespiriana.
Ma il loro amore è destinato a naufragare sia per ragioni di Stato (Lucina finirà per sposare un altro cugino così da mettere pace tra le due famiglie e su ordine di Venezia); sia perché di lì a poco Luigi viene ferito gravemente a Manzano durante un contrasto con cavalieri imperiali. Obbligato a ritirarsi nel suo castello di Montorso Vicentino, Luigi viene informato delle prossime nozze dell’amata e così scrive una novella autografa che invia a Lucina a ricordo del loro amore.

In breve la novella (ambientata a Verona, forse per non inguaiare Lucina) e molto apprezzata dal Bembo, è data alle stampe con il titolo di “Giulietta” e, infine, con quello di “Giulietta e Romeo” giungendo così a conoscenza del giovane Shakespeare che ne ricava un mito immortale.
Nel luogo della battaglia di Manzano è stata apposta nel 2010 una targa commemorativa.


PIETRO SAVORGNAN DI BRAZZA’

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Era il decimo di tredici figli del conte Ascanio Savorgnan di Brazzà, nobile friulano ( Udine 1793-1877) con estesi contatti in Francia e di Giacinta Simonetti dei marchesi di Gavignano.
Cresciuto nella Roma papale, Pietro quindicenne si trasferì in Francia sotto la tutela dell'ammiraglio Louis de Montaignac per proseguire gli studi ed intraprendere la carriera militare in Marina: ebbe così l'opportunità di viaggiare e soprattutto di esplorare l'Africa. 

Non è la passione per il mare ad averlo spinto ad entrare in marina, ma una profonda curiosità per il mondo sconosciuto. Prende forma qui la sua vocazione di esploratore come messo di civiltà e mezzo di conoscenza e non come sfruttatore di ricchezze. Infatti si già prepara moralmente e fisicamente a questa sua missione di vita.
Tempra lo spirito con gli studi ed il suo corpo con prove che lo riducano ad uno strumento efficace e perfetto al servizio della volontà. Si sottopone ad un’autodisciplina fortissima, cercando di abituarsi ai digiuni. Rende miseri e spartani i suoi pasti. Rinuncia al sonno e si sottopone a veglie lunghe e snervanti. Il suo corpo diventa scarno ma forte come l’acciaio.

Dopo aver assunto la cittadinanza francese nel 1874, condusse e portò a termine tre spedizioni in Africa equatoriale negli anni 1875, 1880 e 1887. Nel corso della sua seconda spedizione del 1880 esplorò il fiume Congo. Grazie ad accordi con diversi capi del Basso Congo, (in particolare il Makoko dei Bateke) assicurò alla Francia il possesso di un vasto territorio nelle attuali Repubblica del Congo e Gabon. Le sue attività di esplorazione e conquista furono contemporanee con quelle di Stanley, che lavorava nella stessa regione per Leopoldo II del Belgio. La sua attività pose le basi per la futura colonia dell'Africa Equatoriale Francese.

Pietro Savorgnan di Brazzà è passato alla storia come un personaggio singolare dell'età coloniale. Già conosciuto per essere lontanissimo da Stanley e dagli altri esploratori bianchi dell'epoca per i suoi metodi non violenti e per la sua repulsione verso lo sfruttamento coloniale, divenne protagonista di un periodo difficile per l'imperialismo francese fino a rivelarsi personaggio scomodo per la politica coloniale del suo governo.

Destituito improvvisamente da Governatore del Congo nel 1898, mentre si trovava su una nave diretto in Francia, si trasferì sdegnato ad Algeri dove si sposò ed ebbe tre figli. Uscì dal silenzio solo nel 1901 quando, dopo aver letto un libro encomiastico del governo sulla politica francese in Africa, tentò di pubblicare una contro-relazione e di denunciare gli errori e gli orrori del colonialismo europeo. Il suo dossier però venne insabbiato. Nel 1903 però arrivarono in Francia numerosissime voci di abusi, stragi e orrori che fecero scalpore e conquistarono i titoli dei giornali. Il Governo si trovò in difficoltà e Parigi, per calmare l'opinione pubblica, decise di richiamare l'eroe Pietro Savorgnan, per affidargli un'inchiesta sul campo. L'esploratore accettò l'incarico, anche se sapeva bene che Parigi e i funzionari in realtà remavano contro di lui.

Racconta un suo discendente che fu durante un ballo tribale organizzato in suo onore che uno stregone dei Tekè gli fece capire, a gesti, mentre danzava, che le prigioni teatro dell'abominio erano al Nord. Pietro di Brazzà in pochi mesi realizzò una relazione scottante, terminata la quale s'imbarcò per la Francia.
Il celebre esploratore però non giunse mai a Parigi, morì infatti a Dakar, a soli 53 anni, il 14 settembre 1905, durante il viaggio di ritorno, forse a causa di qualche malattia esotica, o forse avvelenato. Alla morte il Governo proclamò di volerlo seppellire al Pantheon, ma la moglie rifiutò l'onore ipocrita e di Brazzà venne sepolto ad Algeri.
Sulla sua lapide compare la scritta «La sua memoria è pura di sangue umano».


Nel febbraio del 1906, l'Assemblea nazionale francese votò la soppressione della relazione di Brazzà.
Nel 2007 è stato dato il nome di Pierre Savorgnan di Brazzà all'Aeroporto di Trieste-Ronchi dei Legionari (Gorizia).
Fu prodotto da Louis Vuitton il baule-letto che accompagnava l'esploratore nei suoi viaggi (Louis Vuitton: 100 Legendary Trunk).


GLI ARDITI NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

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Partendo dall'esempio delle "Sturmtruppen" avversarie una sorta di "super fanteria", i comandi italiani fin dal 1915 emanarono direttive volte alla creazione di unità d'assalto o esploratori. Fra tali reparti della forza di un plotone per reggimento di fanteria, spicca la Compagnia Baseggio dal nome del suo comandante. Nell'ottobre 1915, su autorizzazione del Comando Supremo, il Capitano Cristoforo Baseggio costituì a Strigno in Val Sugana, una compagnia autonoma di Esploratori Arditi, della forza di circa 500 uomini che si distinse subito in diverse azioni 

Soltanto nel 1917 all’interno del corpo della 2^ Armata, comandata dal Gen. Luigi Capello, prende corpo il progetto di costituire una unità speciale, adatta ad aprire la strada alla fanteria di linea. Il Colonnello Bassi costituisce una scuola a Sdricca di Manzano (UD) dove inizia un addestramento realistico per i suoi "arditi".
La prima unità, ha la forza di una compagnia su quattro plotoni di fanteria, una sezione mitragliatrici, una sezione di artiglieria da montagna con due pezzi da 65/17.

Sotto la guida del Gen. Capello e del Generale Grazioli, Comandante della Brigata Lambro prima e poi della 48^ Divisione, l'unità si espande fino a formare un "riparto" della forza di un battaglione. Presentata al Re a Sdricca di Manzano (UD) il 29 luglio 1917 con una esercitazione a fuoco, l'unità, denominata I reparto d'assalto, riscuote notevole successo e viene seguita dalla costituzione di un II "riparto".

Il primo impiego è per la battaglia della Bainsizza, il 18 e 19 di agosto. L'esito vittorioso, sancisce la nascita di ulteriori reparti in ambito 2^ armata e l'ordine di costituire reparti arditi presso ciascuna delle altre armate. Nuovi reparti arditi vengono costituiti entro la fine dell'anno. L'impiego non è sempre indovinato. Spesso i reparti arditi saranno impiegati come unità di fanteria in difensiva pur non avendone le capacità.

Dopo il disastro di Caporetto, il cambio nel Comando Supremo, anche gli Arditi vengono riordinati.
Il Comando Supremo cerca di mettere ordine fra le unità, ciascuna con organici, armamento, tecniche di impiego ed uniformi proprie; i reparti vengono così rinumerati una prima volta, quindi assegnati ai Corpi d'Armata. Successivamente poi assumono la numerazione del Corpo d'Armata di dipendenza e vengono ordinati in tre compagnie con tre sezioni mitragliatrici, sei sezioni pistole mitragliatrici ed altrettante di lanciafiamme.
L'armamento individuale passa dal solo pugnale e petardo Thevenet a prevedere anche il moschetto 91 TS, versione accorciata del fucile modello 91. L'uniforme resta la stessa ma, per penuria di materiali viene introdotta la camicia grigioverde di flanella con cravatta nera ed il fez anch’esso nero , come copricapo unificato per la truppa. Appare anche un "sacco da Ardito", zainetto tascapane che possa contenere un minimo di sostegno logistico.

Tornati in combattimento, dal 10 giugno del '18 nove reparti vengono destinati alla costituzione della Divisione d'Assalto "A" poi denominata 1^, seguita quindici giorni dopo dalla 2^ Divisione d'Assalto con la quale venne creato un Corpo d'Armata d'Assalto.
A fine guerra i reparti d'assalto erano ben trentanove, 12 nelle divisioni d'assalto, 14 nelle armate, 9 reparti di complementi e quattro all'estero (Francia, Albania e Macedonia).
Rapidamente smobilitati nel dopoguerra, la sola 1^ divisione partecipò al ciclo operativo di riconquista della Libia per essere poi sciolta nel 1920.
Gli sopravvive per pochi mesi un "Reggimento d'assalto" impiegato in Albania e disciolto a fine 1920 in Veneto.

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