Un percorso misto che si sviluppa tra le colline che costeggiano il fiume Natisone a nord-est di Manzano in un paesaggio intercalato da boschi e terrazzamenti coltivati a vigneti.

L’itinerario offre diversi spunti di interesse storico-naturalistici: dalla passeggiata nel fitto bosco del sentiero della “Sdricca”, alla strada vicinale che, lambendo il fiume, conduce agli antichi insediamenti rurali di “Sdricca di Sotto” e “Sdricca di Sopra” per proseguire su un tracciato ciclo-pedonale, transitabile in parte anche in auto, che conduce a Villa De Marchi - Otellio tra colline da cui si gode una magnifica vista sulla catena delle Alpi orientali.

Dalla sede del Municipio di Via Natisone, si imbocca Via Foschiani e prima di salire la stretta viuzza che conduce al sentiero della “ Sdricca”, si scorge un bel portone con un arco in pietra recante la scritta "Ostium non hostium - MDCLXXXV", il cancello di ingresso in ferro battuto artisticamente decorato è sovrastato dallo stemma nobiliare della famiglia "di Manzano".

La famiglia dei signori di Manzano - da cui discende anche il conte Francesco, autore a fine Ottocento degli Annali del Friuli - si stabilì in Friuli agli inizi del XII secolo. In seguito, ottenne in feudo dal patriarca d'Aquileia il castello di Manzano e numerosi altri beni fondiari.

L’ultimo conte residente a Manzano fu Guglielmo, scomparso nel 1958.

6. Casa Conti di Manzano

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Il palazzo risalente al XVII secolo, ora di proprietà della famiglia Fornasarig, presenta una solida struttura dall'andamento orizzontale ma non possiede elementi architettonici di rilievo, salvo alcune decorazioni verso il sottotetto, alcuni stemmi sul retro dell’edificio e statue di pietra nel giardino interno.

Un caratteristico ponticello in legno e ferro battuto, collega il palazzo con il parco di piante secolari, sul retro dell’edificio. Il parco ottocentesco, attribuibile al conte Leonardo di Manzano (1825-1913) è stato costruito a corredo della villa con funzioni ornamentali. E’ privo di percorsi e di simmetrie d’impianto. Fra le piante di maggiore dimensione e piu’ antiche si possono citare: una tuia gigante e un pino d’Aleppo.


7. Resti del Castello di Manzano

La storia

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Non si conoscono le origini del castello di Manzano che, da una piccola altura, guarda l’alveo del fiume Natisone, ma le sue rovine dimostrano come si sia trovato al centro di molte delle vicende storiche del Friuli. Sorto in una posizione ideale per il controllo della strada diretta a Cividale e a Gorizia, esso era munito verso ponente da spalti, mentre il versante a mezzogiorno era naturalmente protetto dalle asperità del terreno che scende a strapiombo. Del castello si ha un primo riferimento preciso nel 1251. Durante le guerre tra i Patriarchi di Aquileia e i conti di Gorizia fu preso e ripreso diverse volte e fu coinvolto nelle lotte fra i castellani e le comunità, subendo gravi danni. Tra 1256 e il 1386 il castello fu oggetto di conquiste, razzie e divisioni fino quando passò sotto la giurisdizione di Cividale.

Nel 1293 vi si celebrarono le nozze sontuose di Corrado di Manzano e Matilde di Buttrio con ospiti illustri, giostre e tornei. A causa di diatribe il patriarca Ottobono pose l’assedio al fortilizio che resistette due giorni, trascorsi i quali venne abbandonato nottetempo dai feudatari e dai loro accoliti; i feudatari fecero ammenda delle loro colpe e furono perdonati. Alcuni anni dopo, un grave fatto di sangue diede inizio a una faida tra i cividalesi e i signori del castello, che si protrasse per anni: Taddeo di Manzano, “mosso da vero sospetto”, uccise la moglie Sofia di Buttrio accusata di adulterio.

Il 1431 segna la fine della storia del castello con la guerra dei Veneziani contro Ludovico di Teck che entrò in Friuli con 5000 ungheri: Pantaleone e Giovanni di Manzano appoggiarono quest’ultimo, ma vennero fatti prigionieri dai veneziani e condannati a morte. Su istanza della comunità di Cividale ottennero la grazia con la condizione, però, che il loro castello venisse raso al suolo. Questa distruzione rese la popolazione incapace di difendersi dalle incursioni e negli anni successivi si registrarono drammatici scontri con le truppe turche che saccheggiavano la zona. Del maniero, che aveva una forma ad anello, rimasero in piedi solo le mura che nel tempo andarono anch’esse sgretolandosi a causa delle continue erosioni provocate dalle piene del fiume Natisone.

Il castello

A testimoniare la sua esistenza resta un imponente muro, costituito da conci di pietra squadrati, dove è ancora possibile scorgere le antiche aperture delle finestre.
Una leggenda narra che nella galleria scavata all’interno delle mura, per consentire ai signori di scappare in caso di assedio, vi si trovi un tesoro costituito da una carrozza ricoperta d’oro e a sua volta piena di oggetti d’oro. 

I resti del castello sovrastano l’alveo del fiume Natisone.

Il fiume

Il fiume Natisone è per ampiezza, caratteristiche geomorfologiche, collocazione e fauna ittica uno dei più interessanti corsi d'acqua del Friuli Venezia Giulia.
A sud di Cividale inizia il corso più caratteristico e selvaggio del fiume che entra nella caratteristica forra prima del ponte romano a Premariacco, poi nei pressi di Manzano la sponda si abbassa e il fiume scorre in un ampio alveo, caratterizzato da notevoli depositi di ghiaia Proprio qui prima del ponte costruito nel 1878, è stata realizzata una diga (“Rosta”) per deviare l’acqua del fiume nel canale Roggia che azionava le pale dei mulini che si trovavano sul suo corso. Il fiume, nel suo percorso verso sud scompare completamente nella falda alluvionale e va a confluire nel torrente Torre.

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Il regime torrentizio del Natisone e la morfologia dell'alveo provocano una notevole variabilità della portata, che registra massimi autunnali e primaverili di 380 mc/s e minimi estivi di alcuni mc. soltanto. Per quanto attiene la fauna ittica la zona compresa fra Premariacco e la località Case di Manzano, è popolata da specie come il barbo (Barbus plebejus), il cavedano (Leuciscus souffia), l'alborella (Alburnus alburnus alborella), i gobidi (Padogobius martensii) e il naso, o savetta (Chondrostoma nasus nasus).

L'ambiente fluviale rappresenta un luogo ideale per gli uccelli che vi trovano riparo e cibo in abbondanza e che percorrono questo "corridoio" nel corso delle loro migrazioni. Vi si trovano quindi, in tali occasioni, numerosi uccelli di passo come anatre, cicogne ed aironi. Le sponde nelle zone meno esposte alla azione del fiume sono caratterizzate dalla presenza di salici (Salix purpurea), sambuco (Sambucus nigra) e amorfa. Sugli argini crescono il pioppo nero (Populus nigra) l'olmo (Ulmus minor) , la robinia (Robinia pseudoacacia) e l'acero campestre (Acer campestre). Lungo il fiume si è creato un ecosistema che deve essere preservato con attenzione. In particolare nell’area prossima alla confluenza con il torrente Torre, il fiume offre ospitalità ad alcune specie di notevole interesse naturalistico.


8. Il sentiero naturalistico della Sdricca

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Dopo aver aggirato i ruderi del vecchio maniero, il sentiero che si percorre a piedi, si insinua dentro il bosco, costeggiando le ultime case.
La vegetazione si fa piu’ folta e tra le robinie, che costituiscono la vegetazione dominante, si comincia a distinguere alcune specie caratteristiche dei boschi di collina: il tiglio, l’acero campestre, qualche gruppo di ailanto.
Si prosegue lungo una alta schiera di cipressi, per salire fino alla chiesetta che un tempo custodiva le spoglie del conte Leonardo di Manzano. Si tratta di un piccolo edificio fatto costruire, agli inizi del 1900 per accogliere le sue spoglie. Non lontano in una radura occupata da alte felci e circondata da un boschetto di querce, carpini neri e bianchi si erge la “colonna di Aimee” stele fatta erigere dal conte Leonardo, in ricordo della amata moglie austriaca Francesca Normand, chiamata familiarmente “Aimee”, sul luogo dove si recava spesso per una passeggiata.

Dalla radura si prosegue a sinistra verso il nord, su un versante piu’ fresco ed umido dove hanno attecchito noccioli, sambuchi, alcuni castagni e delle querce.
Il sentiero alterna alcune tratti a gradoni in legno e terra battuta, a zone piu’ ampie che si aprono in radure ai margini del bosco, da cui si scorge l’insediamento cinquecentesco della Sdricca di sotto, segnalato da un cartello. Alcuni ponticelli in legno permettono l’attraversamento dei rivoli che scendono dalla collina.
Continuando la passeggiata il bosco diventa piu’ fitto, ricco di arbusti e bacche che sono fonte di alimentazione per uccelli e piccoli animali. Con un po’ di fortuna si potranno vedere i caprioli che attraversano il sentiero per abbeverarsi nell’alveo del fiume Natisone.

Il sentiero si innesta sulla strada che conduce alla Frazione di Orsaria, in Comune di Premariacco.
La strada comunale diventa percorribile per un tratto anche in auto. Si puo’ proseguire a piedi fino alla indicazione per Buttrio per raggiungere Villa de Marchi – Otellio.


9. Villa De Marchi-Otellio

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Quando fu costruita nel XVII secolo, la villa era di proprietà della famiglia de Marchi, passo’ quindi alla famiglia dei conti Otellio di Udine, fu poi ereditata dalla contessa Bianca Emo Capodilista in Papafava e nel 1984 acquistata dall’ ing. Gianguido de Carvalho de Moraes de Puppi, attuale proprietario che l’ha ristrutturata in questi ultimi anni.

Il lungo e sottile corpo del palazzo presenta le cornici delle finestre tipiche dell’epoca e le caratteristiche di un’architettura signorile. Nonostante la sontuosità della facciata, con la doppia scala di ingresso al piano residenziale, l’edificio va considerato una residenza di campagna destinata anche alla gestione dell’azienda agricola. L’edificio infatti disponeva di due cantine sovrapposte per la produzione del vino. L’interno è sobrio e privo di decorazioni e stanze di rappresentanza. Anche il giardino ha dimensioni contenute certamente dovute alla posizione geografica sui declini.

L’aspetto della facciata è equilibrato sia sul fronte prospicente il cortile, sia sul retro che da’ su un versante scosceso. Nella sua pertinenza la villa ospita edifici rustici e l’oratorio di San Gaetano in monte cui si accede dall’esterno.

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Nel cortile interno si trova un pozzo cinquecentesco in pietra e cimiero in ferro battuto, divenuto simbolo di questo luogo. Il restauro della villa ha permesso di conservare un patrimonio di inestimabile valore culturale.
L’edificio è situato ai confini tra i Comuni di Manzano e Buttrio ed è sottoposto al vincolo e alla tutela del Ministero dei Beni Culturali.

 


10. Villa Beria di Sale de Carvalho

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Proseguendo il cammino dalla Villa si percorre un sentiero tracciato tra i vigneti e i boschi per immettersi di nuovo sulla “Sgavane” all’altezza del Casale della Az. Agr. Valori. Da qui si puo’ rientrare nel centro abitato attraverso la strada asfaltata fino a Piazza Chiodi.

Dall’Infopoint si imbocca Via Francesco di Manzano e al nr. 1 ci si imbatte subito in “Villa Beria”.
L’edificio, circondato da un ampio parco e cinto da mura originarie, ha le caratteristiche tipiche delle case padronali di campagna friulane di un certo prestigio.
Dopo il cancello, attraverso un viale alberato, si giunge alla Villa cinquecentesca, al cui ingresso ci accoglie un bel portale con lo stemma dei Conti di Trento.
La Villa dapprima fu proprietà dei Prampero, poi, per successione, fu dei Conti di Trento e sempre per successione dei Beria.
Oggi appartiene al Marchese Carlo de Carvalho de Moraes de Puppi Beria di Sale e d'Argentina.

Nel nome del proprietario confluiscono le tradizioni di tre famiglie, quella portoghese paterna, quella friulana materna ed una terza piemontese. Il padre Rodolfo de Carvalho de Moraes, discendente da una storica famiglia portoghese, fu ufficiale di cavalleria ed esperto giocatore di polo. La madre Agnese de Puppi discendeva da un’antica famiglia friulana di origine toscana. Il terzo cognome fu acquisito dal proprietario per adozione da parte di Elena, ultima discendente del ramo principale dei Beria di Sale e d’Argentina, piemontesi.

Fu nel 1972 che il Marchese Carlo, amante della campagna e della propria tradizione Friulana, ritornò ed iniziò i restauri della Villa, mantenendo però materiali e tradizione dell’epoca (XVI secolo).

Il corpo principale della Villa, ha pianta rettangolare, con aperture regolari incorniciate in pietra e si eleva su tre piani, con a lato le barchesse.
L’ala sud è distaccata dall'edificio principale a causa di un incendio che, nel passato ne aveva devastato una parte, che fu rimodellata creando un bel poggiolo racchiuso in un grazioso giardino. Il tetto è sormontato, al centro, da un frontone tripartito con campana. Nella parte retrostante della Villa, ora adibita a giardino, si trovava l’antico accesso principale dalla attuale Piazza della Chiesa.
Nel lato nord del fabbricato, una serie di stemmi indica i casati delle Famiglie che si sono storicamente avvicendate nella proprietà, attraverso due matrimoni ed una adozione.

In asse con la Villa e parallela ad essa, verso la piazza della Chiesa Parrocchiale, sorge una costruzione forse di servizio alla villa, la quale, secondo testimonianze, fu adibita a scuola. La costruzione presenta un bel portale in pietra d’Istria e un sottoportico, attraverso il quale transitavano, un tempo, le carrozze dirette alla Villa.

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Tra gli annessi rustici della Villa, degna di nota è la Palazzina di Caccia, posta sulla collina sovrastante Villa Beria (Colle Montuzza). La Palazzina, che si erge su tre piani, edificata nel corso del XIX secolo come luogo panoramico e di svago, era collegata inizialmente alla Villa con un sentiero e, in seguito, con una carreggiata che sale tra i vigneti di proprietà. Ci accoglie un maestoso e caratteristico ingresso: un ampio portone ad arco di loggia cinquecentesca con una sobria cancellata in ferro battuto. La costruzione, circondata da siepi, carpini, alberi da frutto e cipressi, si erge sul colle dove si erpicano i vigneti autoctoni “De Puppi” DOC.

Dalla sommità del Colle e dall’interno della Palazzina, ricca di suggestione, nelle giornate limpide, si scorge la fascia argentina del mare e dalla parte opposta si percorre a vista d’occhio la linea delle Alpi Carniche e Giulie. (Villa Beria fa parte dell’Associazione Ville Venete ed è sottoposta al vincolo e alla tutela del Ministero dei Beni Culturali)


Il centro rurale della Sdricca

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L’antico centro rurale della Sdricca, che dà il nome al sentiero naturalistico, si trova su una piana fertile di circa sessanta ettari di superfice arativa, coltivata a seminativo e bosco ceduo. La località è raggiungibile attraverso l’unico collegamento viario costituito dalla “strada vicinale” che si trova sul retro del cimitero di Manzano. La strada si snoda sul versante orientale delle colline lambendo il fiume Natisone. I due nuclei insediativi esistenti, attualmente allo stato di fatiscenza, hanno assunto le rispettive denominazioni di “Sdricca di Sopra” e “Sdricca di Sotto”. Alcuni ritrovamenti avvalorano l’ipotesi che la località fosse frequentata da nuclei familiari dediti all’agricoltura ed alla pastorizia già in epoca protostorica grazie alla fertilità dei luoghi e al facile approvvigionamento di acqua. Il luogo fu a lungo abitato e non si può escludere l’esistenza di un sistema difensivo articolato sviluppatosi in epoca rinascimentale. La prima notizia documentata, relativa al luogo risale al 1170, quando in un atto di donazione si cita un certo “Henrichus de Stricha” La località fu assoggettata alla gastaldia di Manzano sin dal XIII secolo e fatta oggetto di investitura feudale a favore dei nobili proprietari del “Castello di Manzano” distrutto nel 1431. Documenti risalenti agli anni 1600/1700 citano piu’ volte i conti di Manzano quali proprietari della tenuta.

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Durante il primo conflitto mondiale, nel 1917 la località venne utilizzata come centro di addestramento militare, accogliendo in precarie baracche i primi reparti degli “Arditi d’Italia” particolari truppe d’assalto che avevano il compito di occupare per primi le linee nemiche.

Sono necessari quindici minuti di cammino per percorrere il tratto di strada che, fiancheggiando il fiume Natisone, conduce alla casa fortificata di "Sdricca di Sotto”. L’edificio sorge sul ciglio della strada ed è visibile già da notevole distanza, isolato nella campagna. A prima vista l’esterno ricorda una comune casa colonica, ma la presenza di alcune soluzioni architettoniche con una torre-porta verso il lato nord inducono a pensare all’esistenza di un fortilizio con funzioni difensive e di controllo sulle merci in transito.

L’impianto di forma quadrangolare che misura 28x32, con il lati perfettamente orientati ai quattro punti cardinali, comprende l’ampia dimora padronale e l’ala settentrionale adibita a servizi, che con i muri di cinta a sud e a ovest racchiudono una corte quadrata di 21 ml. di lato. La casa padronale presentava diversi elementi di pregio : un elegante scala in legno a due rampe, un loggia comunicante con i tre saloni principali, la nicchia di un caminetto, un piccolo vano adibito a cappella che testimoniano la nobiltà della costruzione, che purtroppo risente della mancata manutenzione da decenni.

L’insediamento rurale di Sdricca di Sopra è costituito da due unità abitative indipendenti: la prima articolata in tre corpi edilizi contigui disposti a L e la seconda, che sembra essere piu’ antica, di pianta rettangolare. Si tratta di edifici , eseguiti in pietra locale e ciottoli di fiume a destinazione agricola e abitativa ora in stato di abbandono.

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